Cibo e cucina

Ad alcuni piace la torta ad altri i tortelli. I gusti sono diversi.

Sistemare le uova nel paniere (Sistemare i propri interessi).

Invecchiando (diventare vecchi) si accorcia la vista, si gonfiano le gambe e i calzoni diventano larghi.

A diventare vecchi, si ritorna bambini.

In agosto prepara la cucina; in settembre la cantina.

Non c’è pane; manca il lavoro. Il pane era sempre associato al lavoro.

Non c’è pane senza pena.

Le corna sono come i denti, danno fastidio quando nascono, ma poi aiutano a mangiare. Consolazione del marito tradito quando “l’amico” era danaroso.

Alla fine dei conti, se mi tolgono la messa, mi rimane la predica. Consolazione del prete sospeso “ a divinis” e di chi ha perduto qualche beneficio.

Il buco del pancotto: l’esofago.

Le donne vogliono quattro cose: trovare un buon marito, avere dei bei figli, vestire bene e portare i pantaloni (comandare) in casa.

Fa dei ragionamenti che non arrivano neppure all’asse del pane. Fa dei ragionamenti stupidi. L’asse del pane era posta a una parete della cucina ad altezza d’uomo.

Il fuoco d’inverno è come il pane (indispensabile).

Il lupo mangia anche le pecore contate.

Mangerebbe il Diavolo e ne berrebbe il brodo. Di uomo famelico.

Mangerebbe le porte dell’inferno. Di grande mangiatore.

il miglio mette il sedere nello scompiglio. Il miglio provoca meteorismo. Il miglio era usato un tempo per l’alimentazione umana, ora è quasi sempre usato solo come cibo per gli uccelli.

Il male delle pecore è il bene del cane (nel senso che ne mangiano le carogne).

Il miglior companatico è la fame. Con molta fame è buono anche il pane da solo.

Non è nemmeno il terzanello (vinello ricavato dalle residui della vinificazione con l’aggiunta di acqua). Vale per: Non vale nemmeno un’unghia, una minima parte di altra persona.

Il pane degli altri ha sette croste e un crosino. E’ duro da mangiare.

Il pane ha sapore solo se è guadagnato col sudore.

Il pesce grosso mangia il piccolo.

Il pollaio va in rovina se canta la gallina e il gallo tace. Lo stesso della casa quando comanda una donna . Maschilismo contadino.

Il segno della messa, cioè il tocco di campana che chiama alla messa. E così: Al saggn dla bendziän (Il segno della benedizione): Al saggn dl’Evmarî ( Il segno dell’Ave Maria).

Lo sbadiglio non vuole inganno: o sete, o sonno, o fame, o qualche altro malanno: o malinconia, o cattiva compagnia, o voglia di andare via.

Il Signore manda il freddo secondo i panni.

Il somaro (L’asino) dei Cappuccini, beve acqua e porta il vino.

il vino di casa propria (fatto in casa) non ubriaca.

Il vino è il latte (la tetta) dei vecchi.

Il villano impegnerebbe il “gabbano”, per mangiare uva, formaggio e pane.

Il cielo mi guardi da quattro F: fame, fumo, femmina e fiume.

Ama chi ti ama: rispondi a chi ti chiama.

A mangiare delle castagne crude, vengono i pidocchi: era un’antica credenza popolare (forse per distogliere i bambini dal mangiarne troppe).

Ambasciatore non porta pena.

Non distinguere il pane dalle pietre. Di persona balorda.

Andare fortissimo, (oppure rovinarsi del tutto).

Andare a la foglia. Lavoro femminile che veniva eseguito con un sacco d’ortica o di juta. In primavera le donne raccoglievano le foglie del gelso per alimentare i bachi da seta. A mezza estate raccoglievano invece le foglie dell’olmo per alimentare il bestiame, dato che in agosto scarseggiava il foraggio. Era un lavoro molto faticoso e che rovinava le mani. Per salire sugli alberi usavano lunghe scale di legno di robinia.

Andare a letto senza cena.

Andare a gambe all’aria: fallire, rovinarsi.

Andare giù per le scale di cantina. Rovinarsi, perdere la considerazione altrui.

Non fare tutto quello che puoi, non mangiare tutto quello che vuoi, non spendere tutto quello che hai, non dire tutto quello che sai. Moderazione.

Non grattare la pancia alla cicala, se non vuoi che pianga. E’ come dire “Lascia stare il can che dorme”

Non vederci dalla fame.

Non si ricordano i morti a tavola. È di cattivo gusto ricordare persone morte mentre si mangia.

Non s’ è leccato un osso. Di chi, in un pranzo, non ha potuto mangiare.

Non si macina senz’acqua. Viene usato in senso figurato per: «Non si mangia senza bere» (vino, naturalmente). An’s’pól masnèr a sacch

Non si può togliere la rana dal pantano.

Non serve fischiare se i buoi non hanno sete. I bifolchi usavano fischiare per indurre i bovini a bere.

Rivedere le cuciture di uno. Fare le bucce a una persona.

A te non hanno dato la mela cotta da piccolo. Si riteneva che la mela cotta contribuisse allo sviluppo anche mentale dei piccoli. Perciò la levatrice (“ bèlia”) dava al neonato un cucchiaino di mela cotta, così come lo lavava in acqua contenente un uovo crudo sbattuto che, si credeva, contribuisse a rafforzare le ossa, pertanto, il detto di cui sopra, veniva rivolto a chi manifestava poco senno.

Avere il male dell’agnello: gli cresce la pancia e gli cala l’uccello. Invecchiare.

Avere la pancia alla gola. Delle gestanti al termine della gravidanza. Di persona molto panciuta.

Essere pigri per natura. Infingardîsia è intraducibile, la parola che rende più l’idea è “stanchezza” oppure “voglia di non combinare niente”, fino nelle ossa.

Aver mangiato del cervello di gatto. Vale per essere stupidi.

Avere una fame da commediante. I guitti di un tempo conducevano una vita grama.

Avere una fame da segantino. Il lavoro del segantino era molto faticoso e provocava una grande fame.

Avere una lingua che cuce e taglia. Una malalingua.

Avere venduto la seta. Vale per essere vestito a nuovo. La seta, e più precisamente il bozzolo, era il primo prodotto vendibile dopo l’inverno. I contadini coglievano l’occasione della vendita per acquistare qualche indumento.

Accidenti a te e a quella scrofa che non ti ha mangiato da piccolo.

Ballate ragazzi, saltate ragazzi, è meglio essere cornuti che mangiare (solo) fagioli.

Buon vino fa buon sangue.

Bevi del vino e lascia che l’acqua vada al mulino.

Bisogna fare il passo secondo la gamba, altrimenti si straccia il cavallo dei pantaloni.

Bestia (bovino) che non beve, bestia che vale posco.

Brillo; trillo; campanile; cotto; spolpato. In ordine crescente i diversi gradi dell’ebbrezza.

Dare agli altri con molta malagrazia, malvolentieri .

Imbuto. Rivolto a chi, giocando, fa un colpo molto fortunato.

Cane non mangia cane.

Che il cielo ti guardi (protegga) da quattro cose: fame, fumo, fiume (le piene dei fiumi e torrenti della nostra provincia sono state e lo sono ancora, un incubo per i nostri contadini) e da donna cattiva.

Carne che cresce (cioè i bambini) mangia spesso.

Chi è contento, il lupo lo mangia. Secondo antica credenza, non bisogna mai mostrare gioia e felicità, perché il Maligno è sempre in agguato.

Chi mangia rapidamente, rapidamente lavora.

Chi è una canaglia, se semina il grano, raccoglie paglia. Punizione divina che non sempre viene.

Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane.

Chi ha mangiato i piselli, pulisca i baccelli.

Chi ha mal di pancia, non mangi castagne.

Chi ha paura, non mangia tagliatelle (Il mondo è degli audaci).

Chi tiene duro la vince.

Chi la getta a palate (la ricchezza) la va a cercare col cucchiaio.

Chi la vuole cotta, chi la vuole cruda, chi vuole la torta, chi vuole i tortelli (Tot capita, tot sententiae).

Chi mangia in piedi, mangia per tre.

Che ne ha mangia, chi non ne ha sbadiglia.

Chi non mangia, ha già mangiato.

Chi non mangia la gallina per Carnevale, la mangia al capezzale (cioè da ammalato).

Chi più spende di più, meno spende.

Chi non gioca, vince sempre.

Chi pecora si fa, lupo la mangia.

Chi spende in fretta, stenta adagio.

Chi sciupa il pane da vivo, dopo la morte sarà costretto a raccoglierlo con un paniere senza fondo. Lo si diceva ai bambini per invitarli a non sciupare il pane.

Chi va fuori dal suo mestiere, fa la zuppa nel paniere (cioè non combina nulla).

Chi vince la prima (partita o giocata), perde il sacco e la farina. Vedi anche: La prémma l’é di trést

Chi vendemmia troppo presto, svina poco e tutto agresto. L’agresto, che a volte veniva prodotto volutamente, era una specie di vino di uva acerba che veniva usato per bibita (allungato con acqua), oppure al posto dell’aceto.

Prendere il forte, cioè inacidire (del vino).

Quella donna sembra un latte e un vino. Ha un colorito bianco e rosa.

Quella donna, setaccia sempre e non fa mai il pane. Di donna che sembra fare, ma che non conclude.

Cuculo, cuculo dalla penna grigia, fra quanti anni mi sposerò? Dal numero del “cucu”, le ragazze desumevano gli anni mancanti al matrimonio.

Crepi l’avarizia! Mangiano un uovo in diciotto e il tuorlo lo danno al cane!

Sedere nudo e intestino foderato di velluto: cioè, cura più il mangiare che il vestire.

Comprare una cosa per un pezzo di pane. Pagare un’inezia.

Cucina nuova chi non ne porta (del cibo), non ne trova.

Di bel tempo e di pane fresco, nessuno è mai stanco.

Dire a uno il fatto suo.

Dell’Albanone, ne tocca poco al padrone. La varietà di Albana detta “Albanone”, perché molto primaticcia, veniva mangiata fresca dai contadini e dagli uccelli e, quindi, al concedente ne toccava poca.

Chiedere all’oste se ha del buon vino. Fare una cosa che prevede una risposta ovvia.

Donne, cavalli e bovini: testa piccola.

Donne e buoi, prendili solo dai tuoi vicini. Prendi moglie e compra bovini solo da chi conosci.

Donne e tortellini, se non sono buoni, non sono belli.

Dove si mangia, non si fa lite.

Scoprire la quaglia. (scoprire l’inganno). Vale per Magnèr la fójja

Di bel tempo e di pane fresco, nessuno e mai stanco.

Ala di pollo, coscia di cappone, spalla di castrato (I bocconi migliori).

Essere ridotti con le pezze nel sedere (pantaloni rattoppati) vuol dire essere alla miseria.

Essere fortunati come un imbuto. Perché un imbuto deve essere fortunato? Forse perché beve vino? Quando uno aveva un colpo di fortuna, gli si diceva: Buvinèl (Imbuto).

Essere lungo (lento) come il giorno della fame. Di persona molto lenta.

Essere più vecchio del cuculo. Il cuculo godeva fama di grande longevità.

Essersi mangiato insieme all’ultimo pane. Aver consumato tutto il patrimonio.

Hai mangiato il miele? Defeca il favo.

Hai mangiato la candela? Fai lo stoppino.

Hai venduto la lingua al macellaio? Si chiedeva a chi, stando in compagnia, non apriva mai bocca.

Fare boccuccia: smorfia.

Quando le donne, per svezzare il poppante si adoperano perché le loro mammelle non diano più latte.

Fare ragionamenti che non arrivano neppure all’asse del pane. Fare gli schiocchi. L’asse del pane era sul muro in cucina, sostenuta da due pioli di legno murati all’altezza, circa, di un uomo. Era coperta da carta oleata con un bordino ritagliato ed il pane veniva ricoperto con un burâz (canovaccio) di bucato.

Fare economia col cucchiaio e buttare col mestolo. Badare alle piccole economie e non curarsi delle grandi.

Fare il mestiere di Michelaccio: mangiare, bere e andare a spasso.

Fare la zuppa nel paniere: fare una cosa che non può riuscire.

Ferraresi mangia zucca, dicevano i bolognesi ai ferraresi e i ferraresi rispondevano: Bulgnîs magna gûssa

Grocchi e crescenti, mandano la famiglia in stento (erano considerati, un tempo, cibi che solo i ricchi potevano permettersi).

Grattare la pancia alla cicala. Fare una cosa inutile.

Guadagnarsi il pane con le proprie braccia (col proprio lavoro).

Guardati da due cose: oste nuovo e vino appena spillato.

Guardati dai mangiasanti e dai cacadiavoli.

Gli affari lontani non hanno mai dato né vino né pane. Esortazione ai figli perché non abbandonino la famiglia per cercare fortuna lontano.

I bigatti sono un’entrata (affare) da minchioni. Bigât

I Modenesi hanno il culo giallo. Trae origine dal fatto che l’antica razza bovina modenese aveva le mucose di colore giallognolo a differenza di quella bolognese che le aveva nere.

Promesse e digiuni sono il companatico degli sciocchi.

Oggi si è lavorato: abbiamo fatto il pane, abbiamo ucciso il maiale e abbiamo sepolto il nonno (diceva soddisfatto il reggitore).

Dove c’è caldo, vino allungato (con acqua); dove c’è freddo, vino schietto. Può valere anche con riferimento all’età: vino allungato per i giovani, vino schietto per i vecchi.

Nel mese in cui canta il cuculo, la sera è bagnato e la mattina è asciutto (Aprile-Maggio).

Interessi dei preti, provvidenza di Dio e fame di cane da contadino, sono cose che non hanno mai fine.

Nella botte piccola c’è il vino buono. Il vino migliore, infatti, perché è buono, viene messo nelle botti piccole.

Nella pancetta c’è anche la cotica (non vi è rosa senza spine, in forma più prosaica).

Dei Santi che mangiano, dei cani che dormono e dei meloni che pisciano (cioè acquosi) non ce n’è uno dei buoni se non si arrabbiano.

I tortellini sono la biada dei preti.

La botte maleodorante, produce vino scadente.

Il bovino che beve poco, ha poco valore.

Il cielo aiuta la bellezza e la bontà. Era generale la credenza che la bellezza fosse segno della benevolenza divina.

La buona alimentazione, fa il buon bovino.

Giova di più una fetta di polenta (mangiata) in pace, che un arrosto di cappone di malumore.

La cucina piccola fa grande la casa. Chi mangia poco, risparmia.

La fame fa uscire fuori il lupo dalla tana.

La febbre terzana (malarica), risana il giovane, mentre fa morire il vecchio (fa suonare la campana a morto).

La gallina di Carnevale, se non si mangia va a male.

La fame si sente anche senza orecchie.

L’elemosina fa diventare poveri (a farla).

La miseria ne fa cinquantanove (punti). Nel gioco della briscola chi fa sessantuno punti vince, chi ne fa sessanta pareggia e chi ne fa cinquantanove perde. Morale: la povertà perde sempre.

La padella e la graticola sono la rovina della famiglia. I cibi da friggere e quelli da mettere sulla brace, sono cibi costosi.

Sembra una rocca (canocchia) vestita. Di donna magra e allampanata.

La prima (partita) è degli incapaci (la vincono coloro che non sanno giocare).

La polenta col burro è un cibo da signori, la polenta col formaggio è un cibo da gran minchioni.

L’acqua fa male e il vino fa cantare.

La speranza è il pane dei disperati.

La tavola e la corda allungano le braccia. Forse proverbio di origine antica quando nella tortura si usavano il cavalletto (tèvla) ed i tratti di corda per le confessioni.

Lupo non mangia lupo. Come cane non mangia cane.

Lavare la carne, annaffiare il vino e battezzare un contadino sono tre cose da cretino.

La vita di Michelaccio: mangiare, bere e andare a spasso.

Il giovedì mangia bollito, il venerdì del pesce. Un tempo le famiglie abbienti di città e di campagna mangiavano carne bollita (métter sô la pgnâta) il giovedì e la domenica.

E’ Cattivo come loglio. Il loglio (Lolium temulentum) è una pianta erbacea delle Graminacee, infestante dei seminati ed altamente velenosa. Se i semi vengono mescolati al grano, il pane piò dare a chi lo mangia vertigini e vomiti. Da non confondere con altre specie foraggere ed innocue come il Lolium italicum, il Lolium perenne ed il Lolium tenue.

E’ come il cuculo che depone le uova nel nido degli altri. Di donnaiolo impenitente.

E’ meglio il vino torbido che l’acqua limpida.

E’ meglio pane nero che pane “nessuno”.

E’ meglio una buona dormita che una buona mangiata.

Larga è la porta e dritta la strada che portano alla rovina.

L’asino dei Cappuccini, beve acqua e porta vino.

L’estate è il padre dei poveri. Non ci sono problemi di riscaldamento e trova sempre qualcosa da mangiare.

E’ un pane unto. Una cosa che giunge a proposito.

Ha il coraggio di quello che mangiò la prima anguilla.

Legarsela al naso. Ricordarsi di un torto ricevuto.

Mangiare sempre la stessa minestra stanca. Era la giustificazione dei mariti che si permettevano qualche libertà coniugale.

Elogia il matto e fallo saltare, se non è matto lo fai diventare.

Loda la polenta e mangia al pane. La polenta godeva di scarso credito presso i contadini.

L’uomo deve vantarsi di quattro cose: d’avere un buon vino, d’avere un buon cavallo, d’avere una bella moglie e di essere molto ricco. Si noti l’ordine d’importanza crescente.

L’ombra d’estate fa male alla pancia d’inverno. Se uno ozsia all’ombra d’estate, non ha da magiare nell’inverno.

Mangia a modo tuo e vesti come vogliono gli altri.

Mangia bene e defeca molto e non aver paura della morte.

Mangia, bevi e dormi e non pensare a chi ti fa le corna.

Mangia da sano e bevi da malato. Cioè mangia abbondantemente e bevi (vino) con moderazione.

Mangia la polenta e bevi dell’acqua, alza la gamba e la polenta scappa. La polenta non nutre.

Mangiare le ossa della polenta, cioè nulla.

Mangiare le uova prima che la gallina nasca.

Mangiare controvoglia.

Mangiare il pane a tradimento.

Pentirsi.

Mangiare a quattro palmenti.

Mangiare fino a stancare la mascella.

Mangiare con i denti davanti. Mangiare con svogliatezza.

Dare una mangiata di faccia a qualcuno.

Mangiare la foglia. Accorgersi di qualche malizia, di qualche tranello.

Mangiare, ma non mettersene in tasca. Norma di buona educazione per chi andava a un pranzo di nozze.

Mangiare una donna con gli occhi. Guardare una donna con desiderio.

Mangiare pane e saliva. Mangiare pane senza companatico.

Mangiarsi il fegato Consumarsi dalla rabbia.

Mangiarsi la paglia sotto. Mangiarsi il capitale.

Sciupare il pane e la farina. Perdere tutto.

Mercante da vino sempre poverino. Il commercio del vino rende poco.

Marzo, marzaccio, cucimi il culo e non i baffi (il volto). Pare che anticamente i contadini, non solo i nostri, usassero salire sui tetti all’arrivo della primavera e, scoperto il didietro verso il sole, pronunciassero lo scongiuro.

Le riserve di grano per la famiglia, dovevano essere a metà per Natale – per il grano – e quelle di vino a Pasqua.

Mangi senza riguardi: tanto noi quello che rimane lo diamo ai maiali. Così il contadino invitava l’ospite a non fare complimenti.

Ogni casa la sua usanza, ogni ombelico la sua pancia.

O mangiare questa minestra, o saltare dalla finestra.

Ungersi i baffi. Mangiare avidamente (di chi, si solito, mangia poco).

O sassi, o pane, bisogna avere qualcosa per i cani.

Uovo di un’ora, pane di un giorno, vino di un anno, moglie di quindici anni e amante di trenta. Una variante: Ôv’d’un’aura, pan d’un dé, vén d’un ân, mujèr ed quéng, amîga ed tràinta e prît ed’ssanta

Pane poroso (lievitato bene) e formaggio senza vuoti.

Pane con gli occhi, formaggio senz’occhi e vino che salta agli occhi.

Pancotto e pan bollito, fai una scoreggia e l’hai digerito. Sono due cibi che non nutrono.

Pane cresci, fa quello che Dio ti disse, diventa alto come una montagna e saporito come una castagna. Era la formula di rito. Il pane, impastato con acqua tiepida e lievito, veniva riposto nella “Spartûra” (Madia) e la “Zdâura”(La reggitrice della casa) toltasi la “Vargatta” (Anello nunziale, fede) lo segnava con una croce tenendo la fede stessa tra il pollice e l’indice della mano destra. Il mattino dopo l’impasto veniva cotto nel forno a legna del cortile.

Pane e noci, mangiare da sposi (cibo da sposi), noci e pane cibo da cane.

Pane e bambini debbono essere fatti in casa.

Pane e tortellini, quando sono cotti sono tutti belli.

Pane fresco, crescente e vino dolce, sono tre cose che durano poco (perché molto graditi).

Pane, formaggio e vino, cibo da contadino.

Pane, ombrello e gabbano, porta con te in viaggio.

Gioco che si faceva ai bambini piccoli nascondendo una chicca in uno dei pugni chiusi e lasciando indovinare al bambino.

Pane asciutto (senza companatico) fa il bel ragazzo; pane con qualcosa (companatico) lo fa ancora più bello.

Ventre appuntito, non porta cuffia. Si riteneva che la gestante di una femmina dovesse avere il ventre tondo, mentre quella di un maschio piuttosto appuntito.

Panza tonda è una femmina, panza appuntita è un maschio.

Per conoscere una persona si deve mangiare insieme una corba di sale (per mangiare una corba di sale ci vogliono anni).

Per la bocca si scalda il forno. È vero le fascine per scaldare il forno, si introducono dalla bocca dello stesso. Così il cibo, introdotto per bocca, fornisce calorie all’uomo.

Per rabbia di fame, un cane mangiò una ciabatta.

Per San Giuseppe (19 marzo), a cena e poi a letto. Le giornate lavorative si allungano e non resta tempo per le veglie nelle stalle, quindi, a cena e poi a letto.

Per San Martino (11 novembre) il mosto (diventa) vino.

Per San Martino si spina il vino buono.

Per San Martino si travasano i buoni vini.

Per San Martino, apri la botte e assaggia il vino.

Per San Martino, bevono il vino gli adulti e i bambini.

Per San Martino, marroni e vino.

Per San Michele (29 settembre) la giuggiola nel paniere. Si raccolgono le giuggiole.

Per San Pietro (29 giugno) i fichi nel paniere. Maturano i primi fichi, i “fioroni” e si raccolgono.

Per San Petronio e San Francesco, chi non ha il paniere, usi il cesto. (4 ottobre – E’ tempo di affrettare la vendemmia).

Per San Vincenzo, se è un bel giorno (se è sereno), il vino sarà buono. Tra i numerosi santi che portano questo nome (S, V Gerosa (5 giugno), S.V. Diacono (22 gennaio), S.V. di Bevagna (14 novembre), S. V. Lérins (24 maggio), S.V. Ferreri (5 aprile) e S. V. de’ Paoli (27 settembre). Si dovrebbe ritenere che il proverbio si riferisca a quest’ultimo perché cade all’epoca della maturazione dell’uva.

Orme bovine ed umane non rovinano i seminati di grano.

Al due o al tre di aprile il cuculo è tra i salici: se non arriva tra il sette e l’otto, il cuculo è bello e cotto (cioè è stato ucciso e mangiato).

Preti, frati, suore e galline hanno sempre fame.

Provvidenza di Dio, interessi di preti e fame di cane da contadino, sono tre cose senza fine.

Polenta di mais, mescolata col bastone, rovesciata sul tagliere, è un cibo da cavaliere. I contadini però non erano d’accordo, ritenevano la polenta un cibo privo di sostanza. (Vedi il proverbio precedente).

Quello che è nel bosco è del primo che gli salta addosso (del primo che raccoglie). Giustificazione del furto rurale. Il proverbio è di viva attualità. Spesso i cittadini si riversano nelle campagne (con la scusa della gita) e rubano, castagne, frutta, strappano fiori degli alberi da frutta, con grande costernazione dei legittimi proprietari che aspettano un anno per raccogliere il frutto delle loro fatiche.

Quando (in primavera) il grano è meno verde dell’erba medica, il contadino mangia poco pane. Infatti è sinonimo preciso che il grano seccherà presto con cariossidi poco nutrite.

Quando il gallo canta da gallina, il pollaio va in rovina. Un gallo canta come una gallina, quando gli sono stati tolti i testicoli. Non ci saranno pulcini.

Quando il gatto dorme nella cenere del focolare, vuol dire che non si mangia.

Quando le nubi vanno verso domani (?), prendi il sacco (della farina) e fai il pane.

Quando piove nelle mannelle si rimescola il mattarello. L’interpretazione è discutibile. Probabilmente si riferisce al raccolto del grano, quando la pioggia sulle mannelle non ancora raccolte in covoni, provoca, o meglio provocava, un danno grave al raccolto. Se così è, l’interpretazione più logica pare la seguente: lo scarso raccolto di grano obbliga il contadino a mangiare polenta anziché pane. Con ciò la massaia deve rimescolare il mattarello nel paiolo per cuocere la polenta. Altra interpretazione è quella che si riferisce alla macerazione della canapa, quando i fasci, e quindi le mannelle, sono stati affondati nell’acqua del macero, il raccolto della canapa è al sicuro dalla grandine e dal vento e la massaia può tranquillamente preparare la polenta.

Quando siamo in due a litigare, vince quello che non ha niente da fare. Tra i due litiganti il terzo gode.

Quando canta il cuculo, c’è da fare per tutti. Il cuculo arriva da noi ai primi di aprile, quando cominciano i lavori grossi dei campi.

Quando canta il cuculo (aprile), la mattina bagnato (per la rugiada) e la sera asciutto.

Quando la barba diviene brizzolata, lascia le donne e bevi del vino.

Quando l’orecchio fa la spiga, bevi del vino e lascia stare l’amica, (agli uomini anziani crescono spesso ciuffi di peli nelle orecchie).

Quando un povero mangia una gallina, o è malato lui o è ammalata la gallina. Il brodo di pollo era, un tempo, considerato ottimo per i malati. Nel secondo caso, se veniva la moria dei polli, un povero non poteva permettersi di buttarli.

Quattro cose hanno sempre fame (sono insaziabili): la terra sterile, la casa del diavolo, la donna puttana e il fuoco.

Roma capo del mondo, Budrio secondo, Bologna la grassa, l’ignoranza del Modenesi nessuno la passa. Tipico prodotto del vecchio campanilismo in latino maccheronico e in bolognese.

Sacco vuoto non può stare in piedi. Chi non ha mangiato non può lavorare.

San Michele è un grande tormento. Si riferisce ai cambi di abitazione per i braccianti che, tuttavia, a Bologna e in certi Comuni della Provincia, avvenivano non nel giorno di San Michele (29 settembre), bensì l’8 maggio (San Desiderato e San Vittore).

San Michele Arcangelo (29 settembre) porta la merenda in cielo. Le giornate si accorciano, si cena presto e non si porta più la merenda nei campi a quelli che lavorano.

Sant’Antonio Abate (17 gennaio) dal campanello, Sant’Antonio (Abate) col maiale. Uno dei santi più venerati dai contadini, la sua prerogativa di protettore del bestiame gli conferiva, anzi, il primo posto. Nessuno osava dormire nelle stalle durante la notte del 17 gennaio. Si diceva che le bestie parlassero tra loro – in bolognese – naturalmente – e che chi le avesse sentite sarebbe morto entro l’anno.

Sant’Antonio fa il ponte e San Biagio lo rompe. Sant’Antonio Abate: 17 gennaio, San Biagio 3 febbraio.

San Giuseppe (19 marzo), veniva festeggiato mangiando le raviole con ripieno di marmellata, castagne passate al setaccio, uva passa, pinoli e rhum.

San Luca. Il giorno di San Luca Evangelista cadeva il 18 ottobre. Era un giorno molto importante e perciò è ricordato in molti proverbi. Dovevano essere terminate le semine (Par San Lócca, chi n’ha summnè al se splócca) e si raccoglievano le castagne (Par San Lócca, chi ha di marón al plócca e chi an’ha brîsa al se splócca la camîsa). La sera di San Luca, in città e in campagna, si mangiavano gli Arôst (caldarroste) e si beveva il vino nuovo.

San Martino (11 novembre). Era una delle ricorrenze più sentite. Nella sera le famiglie si riunivano, giocavano a carte, bevevano vino e mangiavano Arôst (caldarroste) e Balûs (castagne bollite). Era di rigore prendere la sbornia a forza di assaggiare i vini dell’uno e dell’altro podere.

San Nicola da Bari (6 dicembre). Santo conosciuto da noi e anche venerato perché patrono dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi che ne aveva apposta l’immagine in terracotta su tutti i fabbricati di sua proprietà. Nel giorno del Santo i Padri Agostiniani di San Giacomo Maggiore, distribuivano dei piccoli pani devozionali detti: Pantén d’San Nicôla

San Simone. Il 28 ottobre cade la festa dei Santi Simone e Giuda. Simone fu discepolo di Gesù e fu detto il “Cananeo” o lo “Zelota”. Giuda non ha nulla a che fare con l’Iscariota, ma era detto “Taddeo” ed era fratello di San Giacomo Minore. Era un giorno abbastanza sentito dai contadini che lo festeggiavano con un pranzo abbondante (se potevano). Dice il proverbio: Par San Simàn, o l’ôca o al capàn

Santo Stefano Diacono (26 dicembre). Il martire al cui linciaggio Paolo di Tarso “consentì”. Era un’appendice del Natale. In questo giorno si mangiavano gli “avanzi” di Natale e le donne si riposavano delle fatiche fatte per preparare il pranzo natalizio.

San Vincenzo Ferreri (5 aprile). Santo molto venerato perché ritenuto taumaturgo contro gli incendi e contro le avversità meteorologiche (fulmini, incendi, grandine).

Sotto l’acqua la fame, sotto la neve pane.

Sopra l’unghia. Pagamento immediato, per contanti. Nel mercato dei bovini era la forma di pagamento per capi senza alcuna garanzia.

Lett.: Sbattere l’osso barbino. Mangiare con grande avidità.

Se Santa Lucia ti conserva la vista!. Detto a persona che mangia avidamente (l’appetito non manca).

Raggrinzire i denti, quando, per esempio, si mangia un frutto acerbo.

Vivere a spese di altri.

Stare come una gazza nell’alloro. Godere di tutti gli agi, di tutte le comodità. La gazza nell’alloro si trova bene. Le bacche le servono per cibo, le foglie la riparano dal sole e la nascondono ai nemici.

Tra rovina e rovinato, c’è poca differenza.

Soldato che va alla guerra, mangia male e dorme in terra.

Chiamare alla resa dei conti. Non ha nulla a che fare con l’aringa, il pesce, ma si riferisce all’Arengo, luogo nel quale si radunava il popolo in assemblea al suono delle campane.

Tette e tortellini, sono la biava dei preti. Proverbio venato di un anticlericalismo indulgente.

Ricordati che l’asse del pan non ti viene dietro. Ammonimento del padre al figlio che manifestava l’intenzione di lasciare la famiglia per mettersi in proprio. L’âsa dal pan era il simbolo delle condizioni economiche della famiglia colonica. Era un ripiano murato a una parete della “ca” (cucina) e guarnito con ritagli di carta. Il pane vi era posto sopra ed era coperto da un burâz (canovaccio). Purtroppo non sempre vi era il pane: era allora la stagione triste della polenta.

La terra nera (in genere fertile) produce pane buono ed abbondante.

Tenere il vino per la mietitura. Essere previdente.

Lett.: Tenere la bottega aperta. Vale per la donna che notoriamente si prostituisce e per l’uomo quando non si abbottona la patta dei pantaloni.

Tenere uno nella considerazione (che merita) una scrofa che mangia i propri nati. Per un contadino non vi era nulla di più riprovevole.

Torto o ragione, non farti mettere in prigione.

Tutte le scarpe diventano ciabatte. Le scarpe vecchie, opportunamente tagliate nella parte posteriore, possono essere usate come pantofole. Oppure che la bellezza, col tempo, svanisce.

Tra rovina e rovinato è la stessa cosa: chi è già in rovina può non badare a rovinarsi di più.

Tirare negli occhi il mangiare. Dare il cibo malvolentieri.

Trovare il diavolo nel piatto (perché il cibo è stato mangiato da altri).

Mi sembri San Paolo dei segni (Conversione di San Paolo: 25 gennaio). Nella notte sul 25 gennaio, le ragazze da marito usavano esporre all’aperto un catino pieno d’acqua. Se durante la notte gelava, il che avveniva quasi sempre, dai segni formati dal ghiaccio cercavano di capire chi sarebbe stato lo sposo e quale il suo mestiere (questo era facile da indovinare: il contadino). Il proverbio si riferisce proprio alle diverse interpretazioni che si potevano dare ai segni del ghiaccio.

Uva, formaggio e pane, vita (cibo) per i contadini.

Una campana basta per un Comune.

Un bue da solo non può tirare il carro. Il carro aveva il timone e doveva essere trainato da due o più bovini in numero pari. Così al Brôz, mentre la Brôza, avendo le stanghe, veniva trainata da un solo animale. Proverbio usato anche in senso figurato.

Un paio di scarpe comode, un bicchiere di vino e prendere il mondo come viene.

Vecchio, bacucco, come un cuculo. Il cuculo godeva fama di grande longevità.

Vino amaro, tienilo caro.

Vino e latte, è un veleno bello e fatto. Nell’alimentazione non si possono mescolare il vino con il latte.

Cinque cose sono migliori vecchie che nuove: il vino, l’olio, l’amico, il formaggio e la virtù.

Gennaio, gattaio. (In quel mese i gatti vanno in amore). Ne approfittavano i muratori per imitare gli strepiti delle gatte in amore e catturare così i maschi, che venivano mangiati. Il gatto era un cibo molto ricercato dai muratori, com’è testimoniato dai molti nomi che gli danno: Simàn, Cunén dagl’óng e Lîvra da cópp

Gioco, donne, liti e cani mandano in rovina gli uomini.

Giocare a crusca. Si facevano diversi mucchietti di crusca in alcuni dei quali si mettevano delle monete. Chi trovava le monete, vinceva.